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Questo articolo è scritto a otto mani (cioè 4 cervelli e conseguentemente 344 miliardi di neuroni, circa). Il punto di partenza è la “Procedura”, opera teatrale di Renato Gabrielli che abbiamo visto e goduto insieme tutti e quattro poche ore fa. Quattro modi diversi di vedere una medesima opera teatrale a cui io aggiungo l’esperienza personale fatta a Palermo con la rappresentazione in Virtual Reality di “Così è (se vi pare)” di Pirandello.


Inglobando e ingollando regole, conoscenza, competenza. Luisa Cozzi.

Un dialogo serrato con sé stessi che serve per affrontare le diverse realtà che ci si parano di fronte; il tentativo è quello di trovare le risposte alle domande della vita: perché sono qui e chi sono io? Le domande sull’esistenza che esistono, appunto, dalla nostra permanenza nel corpo fisico che ci è stato dato. Ora però qualcosa è cambiato e l’uomo, mettendosi al posto del Creatore, ha creato un umanoide dalle sembianze di Adamitica memoria.

Ora si procede all’anglosassone maniera, inglobando e ingollando regole, conoscenza, competenza. Divorando byte, energia, suolo, vita, storia. La PROCEDURA, procedendo nel suo svolgimento, produce scarti che forse sono corpi di uomini vuoti, esangui, non più vivi e non ancora morti ai quali è stato dato il nome di cavie: siamo già nelle mani di un sistema che propone contenitori umanoidi, riempiendoli di storie che costruiscono una nuova anima, la loro? La domanda resta sospesa mentre il sipario si chiude. Daniele Gaggianesi e Massimiliano Speziani sono stati sublimi ad interpretarci nella nostra trasformazione dolorosa e senza ritorno.

Simbiotico, simbionte, parassita. Stefano “Stex” Lazzari.

Un Dono. Ci abbiamo tanto sperato. Lo stiamo tanto aspettando da tanto tempo, forse da sempre, contando in Prometeo che ora, dopo il fuoco, ci sta regalando l’intelligenza Artificiale nel quale è racchiusa tutta la carica rivoluzionaria di questo filantropo mitologico il cui epiteto è “colui che riflette prima”, e direi che, se rapidità e profondità di elaborazione coincidono con il nuovo dono, non la batte nessun umano di certo.

Che sia un regalo difficile lo abbiamo già capito e ora, ci tocca gestire qualcosa di dannatamente simile a noi e al contempo alieno. Sempre più simili a dei, e sempre più indifesi e forse scellerati.

Si sta delineando nel rapporto fra uomo e intelligenza artificiale una dialettica antica e profonda nella nostra cultura, raggiunge archetipi profondi, mitologici, da cui deriva l’incipit del mio intervento (simbiotico, simbionte, parassita).

Voglio però inquadrare in una visione più vicina alla necessità di dare all’innovazione e alle tecnologie che manipoliamo (e da cui siamo manipolati) un’etica, un equilibrio, possibilmente una simbiosi tra umanità e macchina che sciolga l’ombra minacciosa di un conflitto, di un antagonismo. Non vogliamo il Terminator, anche se lo stiamo evocando.

Umano, troppo umano. Forse per comodità, forse per attenuare il senso di inadeguatezza, forse per opportunismo (un sentimento basilare in natura, necessario alla sopravvivenza) stiamo dando finalità e sentimenti umani al nuovo dono, stiamo di fatto trasmettendogli il nostro sapere, il nostro modo di vedere, il nostro sentire. In fondo la stiamo accudendo proprio perché conoscendoci, anzi diventando uno di noi, ci comprenda. E ci serva.

Sì, un ottimo servitore, che serva intelligentemente il suo signore, come noi ecco, serviamo gli dèi.

Certo, in questo gioco di ruolo sempre più complesso, sempre più ambiguo, dove le parti di Dei, Uomini e Macchine vanno sovrapponendosi, confondendosi, insomma tendono a scambiarsi i ruoli, ecco che la simbiosi così desiderata, ecco appare meno invitante. Ci sono tanti modi di essere simbiotici, purtroppo.

Simbiotico, simbionte, parassita. Ci sono almeno tre modi in cui due esseri (lasciando da parte gli dèi) convolano in simbiosi. Tre modi di intenderla diversamente, in cui declino il rapporto di esistenza fra la IA e noi umani:

  • Simbiotico. L’ IA per esistere, condivide con l’umanità un mutuo vantaggio;
  • Simbionte. L’ IA per esistere, necessita del suo ospite umano;
  • Parassita. L’ IA per esistere approfitta del suo ospite umano.

La prima sarebbe auspicabile. La seconda è la situazione attuale, la terza quella che temiamo. Al momento tutte le vie sono nell’ambito del probabile, e diciamo, in questa incertezza ci muoviamo senza una procedura.

Per ora stiamo dando al dono il meglio di noi stessi, i nostri dati, la nostra esistenza, la nostra arte, cerchiamo in ogni modo di dargli le nostre regole, cerchiamo di tenerlo lontano dai cattivi consiglieri, per farlo venir su bene. Ma si sa, la sintesi deriva inevitabilmente dal conflitto di tesi e antitesi, e la “rettitudine” non si genera da sé. Forse una certa dose di cialtroneria umana sarà necessaria da trasmettere al Dono.
Sperando ne faccia buon uso. Fortuna Imperatrix Mundi.

Sarà l’uomo a manipolare ed influenzare negativamente l’IA? Francesca Rainieri.

Un teatro che sembra parlarci di intelligenza artificiale e tecnologia, dico sembra perché in effetti ci pone di fronte una serie di interrogativi profondi sulla natura umana e le sue debolezze.
Tra queste spicca per prima la paura della morte, che da sempre affligge l’uomo.

L’antidoto a questa ancestrale paura sembra essere la speranza di lasciare un segno, un ricordo di sé nel mondo, con la conseguente necessità di creare nuovi spazi di possibilità e di racconto.
E da qui appunto deriva il desiderio di essere ricordati e soprattutto riconosciuti dagli altri.
Per compiere questa impresa, il protagonista de la “Procedura” tenta di sdoppiarsi, così da alleviare il senso di precarietà e di colpa relativi agli errori commessi in una prima vita, con la speranza di riscatto grazie ad una seconda identità.
Così gli vengono in soccorso l’intelligenza artificiale e la tecnologia, ormai diventate un’estensione dell’uomo al giorno d’oggi. Esse, infatti, donano la speranza di non essere finiti, di poter sconfinare, superando i limiti dell’essere umani.

L’accettazione della finitezza non è una possibilità che viene contemplata e piuttosto di abbandonarsi alla morte inevitabile, il protagonista decide di intraprendere una complessa “operazione” per trasferire sé stesso ad un’altra entità immortale, con l’illusione di essere invincibile.
Questo sentimento si sposa bene con il desiderio di controllo, in cui il concetto di imprevisto non sembra essere incluso. E da qui il tentativo di preparare come si deve la propria morte e il proprio lascito al mondo, grazie ad una sorta di doppio, di successore.

Il dramma nel dramma, però, è scoprire che nel donare sé stessi sia compresa anche la propria autocoscienza, un’arma a doppio taglio. Dunque, in questo gioco di disillusioni e precarietà identitaria, è lecito chiedersi quanto possa turbare possedere un’autocoscienza e un incessante dialogo interiore. Elementi che sembrano insopportabili anche per una “cyber-identity”.

In un mondo sempre più digitalizzato, spesso ci chiediamo dove andremo a finire e quale sarà l’impatto che l’intelligenza artificiale potrà avere sull’uomo.
A seguito di questo spettacolo, sorge il dubbio inverso: quanto potrà essere l’uomo a manipolare ed influenzare negativamente l’IA?

Multi identità: due spettacoli (che sembra) le mettano in scena. Fabrizio Bellavista.

Parto parlando della “Procedura”. In questo spettacolo si è parlato di identità moderna e con essa del concetto “chi-sono-veramente-io” e di “come-posso-reincarnarmi-quando-muoio”. Quest’opera teatrale con Massimiliano Speziani e Daniele Gaggianesi in cui io, probabilmente a torto, ho seguito solo un unico filo narrativo (ce ne erano almeno tre), quello cioè del proprio doppio, doppio che ci conduce immediatamente al concetto di personalità: persona, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un termine che viene dall’etrusco e sta per “uomo con la maschera”, tanto per rientrare in contatto con i veri significati, a volte dimenticati. Con largo anticipo l’autore mette in scena una specie di replicabilità “generativa”, piena di inopportunità tutte umane, in un doppio che coinvolge anche un cyber body e in cui la AI sembra farla da padrone.

A zig-zag tra azioni di straniamento continue (bellissima la ripresa degli spettatori presenti che diventavano attori in diretta proiettati sul multi-screen del palco) il dialogo tra un personaggio e il suo doppio procede spedito sino a consumare la morte fisica di quello che si intuisce essere il protagonista a differenza del suo incarnato digitale che invece gode di ottima – e si presume immortale – salute. Dunque, sarà possibile commissionare repliche di noi stessi, capaci di sopravviverci: il tema centrale dell’opera sembrerebbe essere quello dell’immortalità, di quella immortalità affrontata così bene, in forma di epopea, per la prima volta da Gilgamesh oltre 4.000 anni fa; ma, prima di arrivare alla fine, il piatto che viene servito fumante sul palco è un confronto serrato tra un apprendista cybor e un umano e proprio durante questo dialogo, tragicomico come non poteva essere altrimenti, tutto pare incepparsi, entrare in una specie di loop in cui chi crede di possedere si scoprirà posseduto e viceversa. La verità, d’altronde, appare sempre meno rilevante con il procedere della commedia.

Ecco l’aggancio per parlare dell’altra opera teatrale “Cosi è (se vi pare)” in Virtual Reality che ho contribuito a rappresentare, insieme a Marilena Mureddu e ad altri compagni di cordata, a Palermo in un caldissimo autunno avanzato, per fa sì che lo spettatore – proprio come avrebbe voluto il vate agrigentino – diventasse attore e viceversa. Pirandello, ha espresso questo gioco delle parti in molte sue opere: “Uno, nessuno, centomila”, “Così è (se vi pare)”, “Il giuoco delle parti”, “Sei personaggi in cerca d’autore”, sono scritti tanto esemplificativi quanto “parlanti” a partire già dal titolo.

Chiudo con una sottolineatura sulla regia e attualizzazione a opera di Elio Germano che ha adattato alla realtà virtuale questa grande opera degli equivoci rendendola più attuale e incisiva grazie all’inserimento, nella trama stessa, di abbigliamento e scenografia moderni e, allo stesso modo, di video call e di chat.

Ed è proprio una chat che, nel pieno dei dialoghi (molto confusi) sulla esistenza o meno della moglie del Signor Ponza, si intromette per creare altre prospettive della realtà, questa volta però, in un certo senso, certificate dal marchio “vista in rete”.

Virtual Reality. Riguardo a quest’ultima, vai a sapere tu quale.

Immagine elaborata con l’intelligenza artificiale generativa DALL-E

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